Il Diario di Scuola di Pennac.

Molto spesso riprendo in mano uno dei miei libri preferiti, il Diario di Scuola di Daniel Pennac, autore magnifico, che adoro. Questo romanzo - riflessione autobiografica - dell'autore su di sè in veste di allievo, sull'insegnamento, sul rapporto insegnante-allievi e, più in generale, sulla scuola, è uno di quelli cui ricorro in particolari momenti, quando sento il bisogno di nutrire la mia anima e mente di insegnante.

Mi piace molto, non solo perché Pennac è uno splendido essere umano, oltre che l'insegnante che tutti vorremmo avere, ma perché egli non idealizza la figura dell'educatore e ne mostra, invece, i limiti e le difficoltà di fronte agli insormontabili problemi quotidiani che devono essere affrontati. Pennac riesce a dimostrare come sia la stessa complessità del reale a poter divenire, nonostante tutto, anche se in rari momenti, fonte di gioia e di meraviglia assoluti.


Quei preziosi momenti  - piccoli stati di grazia - ripagano di tutte le fatiche e le delusioni, a volte insopportabili, legate alla nobile arte dell'insegnare.

Gli esercizi di noia sono fantastici, a mio avviso! Trovo molto belli anche la sua idea del dettato e dell'apprendimento a memoria di pagine di letteratura.

"E perché non imparare questi testi a memoria? In nome di che cosa non appropriarsi della letteratura? Forse perché non si fa più da tanto tempo? Vorremmo lasciare volar via pagine simili come foglie morte solo perché non è più stagione? E' davvero auspicabile non trattenere simili incontri? Se questi testi fossero persone, se queste pagine eccezionali avessero volti, dimensioni, una voce, un sorriso, un profumo, non passeremmo il resto della vita a morderci le mani per averli lasciati scappare via? Perché condannarci a conservarne solo una traccia che sbiadirà fino a essere solo il ricordo di una traccia... (...)



Mi si obietterà che una mente organizzata non ha alcun bisogno di imparare a memoria. Sa produrre il proprio miele dalla "sostantifica midolla". Trattiene il senso e, checché ne dica io, conserva intatta la sensazione della bellezza. E' peraltro in grado di trovare qualunque libro in un attimo, nella biblioteca, cascando sulle righe giuste, in due minuti. Io stesso so dove mi aspetta il mio La Bruyère, lo vedo sul suo scaffale, e il mio Conrad, e il mio Lermontov, e il mio Perros, e il  mio Chandler... tutta la mia compagnia è lì, alfabeticamente dispersa in quel paesaggio che conosco così bene. Per non parlare del cyberspazio, dove posso, con la punta dell'indice, consultare la memoria dell'umanità. Imparare a memoria? Nell'epoca in cui la memoria si misura in giga!
Tutto questo è vero, ma l'essenziale è altrove.
Imparando a memoria, non supplisco a nulla, aggiungo a tutto.
La memoria, qui, entra nel cuore della lingua.
Tuffarsi nella lingua, è questo che conta. E se tuffandomi bevo, poi mi rituffo lo stesso. Facendo imparare a memoria tanti testi ai miei allievi, (...) (uno per ogni settimana dell'anno scolastico e ciascuno da saper recitare tutti i giorni dell'anno), li gettavo vivi nel grande fiume della lingua, quello che scorre lungo i secoli per venire a bussare alla nostra porta e ad attraversare la nostra casa." (tratto da d. Pennac, Diario di scuola, pag. 122, 123, passim, Feltrinelli, I Narratori, Milano, 2008).

A presto, con altri miei personalissimi esercizi di rilettura...

Una dolce serata - quasi primaverile - a tutti...

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